Recensione del film su Das Kabarett

Dal sito Das Kabarett

[Andar per gusti] Elio Altare, Renato Cigliuti, Domenico Clerico, Renato Corino, Matteo Correggia, Franco Minuto, Giorgio Rivetti, Luciano Sandrone, Enrico Scavino e Marc De Grazia, insieme a Chiara Boschis, the Girl One, sono iBarolo Boys: si tratta di un gruppo di imprenditori che hanno rivoluzionato la produzione del più famoso e importante vino piemontese. Siamo nella bassa Langa, precisamente in provincia di Cuneo, proprio nella zona dove nacque Cavour. Qui, da tempi lontani, in questa sorta di Mesopotamia italiana (tra il fiume Tanaro e il suo affluente Belbo, un torrente molto “vivace”), dal Nebbiolo si produce un vino dalla spiccata personalità e dalla fortissima impronta locale, che però denota una scarsa cura della sua “piacevolezza”. Le botti sono vecchie e tarlate e le condizioni igeniche di maturazione non ottimali. Il destino di quegli abitanti sembra segnato da un’irrimediabile ereditarietà della miseria, con scarsissima spinta ad innovare: la tradizione è quasi una condanna. Ma negli anni Sessanta e Settanta poco alla volta crescono uomini e donne che trovano un po’ stretto questo mondo e i progressi della società danno l’avvio  a una piccola rivoluzione. Dei giovani, figli di contadini, cominciano a osservare ciò che li circonda, ciascuno dal suo posto, si riuniscono e formano una specie di alleanza per cambiare le cose: è così che tra gli anni ’80 e gli anni ’90 la produzione del Barolo cambia del tutto aspetto


L’epopea dei Barolo Boys (2014, tit. or. Barolo Boys. History of a Revolution), scritto e diretto da Paolo Casalis e Tiziano Gaia, racconta questa storia con garbo e un discreto equilibrio. La voce narrante di Joe Bastianich è poco meno che un cammeo, perché a prevalere sono i volti e le opinioni dei protagonisti di tutta la controversia tra la tradizione e lo strepitoso successo commerciale dei Barolo Boys, fino ai 100 punti di Robert Parker, ai Tre Bicchieri del Gambero Rosso e oltre. Non c’è nessun progetto agiografico (anzi) e le voci discordanti trovano il loro spazio, perfino i ripensamenti o comunque le rettifiche: quella che sembrava una svolta epocale ad opera di una comitiva inossidabile di amici e collaboratori si risolve in breve in una moda (in apparenza) senza sbocco e senza futuro, che viene caricata in più dalla responsabilità di aver fatto uno sgambetto alla tradizione. Di quell’entusiasmo globale per la barrique, che aveva acceso gli animi per il legno nuovo, l’aroma di vaniglia, la maggiore freschezza e la più rapida bevibilità, restano però i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: una cura maggiore per il prodotto e per il dialogo con i suoi fruitori e un’esportazione oltre i confini delle Langhe (che, per parte loro, proprio nel 2014 sono state incluse dall’U.N.E.S.C.O., insieme a Monferrato e Roero, nella lista dei beni patrimonio dell’umanità). Che questo dipenda da un momento di euforia per il mondo del vino e per unboom economico e culturale ormai lontanissimo, a me interessa fino a un certo punto: l’entità della rivoluzione non si dovrebbe misurare dalla sola sua persistenza, bensì dalla capacità collettiva di gettare uno sguardo nuovo su ciò che viene trasformato fin quasi a ricodificarlo. Né mi interessa o mi stupisce la breve durata di questo sodalizio, prima che i singoli produttori prendessero ciascuno la sua strada: l’alleanza ha comunque sortito i suoi effetti quando serviva.

Il gusto del Barolo in quella precisa stagione è già stato superato? Certo, e anche dopo; ma se l’importanza del vino (anche grazie a questa sfida, o a quest’abbaglio, come qualcuno lo considera) è cresciuta, e così la cura al prodotto, ciò lo si deve anche ai Barolo Boys.

Roberto Oddo
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